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  • Immagine del redattoreUgolini Vini

Marògne: i pilastri della Valpolicella, il nostro patrimonio


Le marogne della Valpolicella

Appena si entra nella bellissima Valle di Fumane si rimane incantati dai tanti muretti a secco che sostengono i filari di vigna: sono le marògne, come vengono chiamate dagli abitanti della Valpolicella. Rimangono, ancor oggi, la testimonianza vivente della capacità dell’uomo di addomesticare la natura impervia.

La nostra famiglia proviene da una piccola contrada che si trova un po’ più in alto di Marano, verso il Monte Castelòn. Si chiama Pezza e il nostro rapporto ancestrale con la storia della Valpolicella, nasce proprio da quel legame profondo incastonato tra pietra e vigna.


12 km di pietra

Quando abbiamo acquisito Villa San Michele, sede di Ugolini, i vigneti adiacenti e quelli un po’ più declinanti verso la collina erano sostenuti da muretti abbandonati. Le marògne, costruite a secco secoli prima, in molti punti erano crollate sui terrazzamenti; delle ferite aperte dal tempo e dalle intemperie. Il loro ripristino è stato, sin dall’inizio, la nostra primaria volontà.

Chi aveva ancora, però, la capacità di ricostruire quei monumenti agresti, patrimonio dell’umanità, secondo le tecniche dei popoli antichi oramai prossime all’oblio? Volevamo ristabilire la storia riposizionando ogni pietra al suo posto, senza che la modernità potesse cambiarne la fisionomia. Dovevamo ricostruire i 12 km di marògne che contornavano la Villa e si allungavano sulle vigne San Michele, San Michele della Chiesa e più su fino ad arrivare a Valle Alta.


Gli ultimi colpi di scalpello

Se la marna e l’argilla sono lo scheletro della nostra Valpolicella, le marògne sono la loro articolazione nervosa: la sostengono, la rendono flessibile e resistente agli eventi atmosferici e ne conformano il territorio. Per ridare vita a tutto il reticolo di marògne sulle nostre proprietà ho deciso di avviare una cooperativa di scopo finalizzata alla ricostruzione secondo le metodologie ancestrali degli scalpellini della pietra di Prun.

Grazie a questi ultimi artigiani della pietra oggi abbiamo recuperato una grande superficie di territorio rendendogli l’anima. Quindi, quando guardate quelle file ordinate di pietre, ricordatevi dei tanti ultimi colpi di scalpello dei nostri nonni della Valpolicella.

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